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Gli anziani in Italia

di Fondazione F.Turati Onlus | 27 gennaio 2014

Dalla ricerca della Fondazione “F. Turati” la situazione della popolazione con più di 65 anni in Italia.

Oltre 12 milioni di persone, il 20% della popolazione italiana, ha un’età superiore ai 65 anni: la popolazione anziana nelle regioni del centro nord raggiunge il tetto del 26,9% della Liguria seguita dalla Toscana e dal Friuli Venezia Giulia con quasi il 24%. A sud la quota di ultrasessantacinquenni è più bassa, fino al minimo del 16,5% in Campania con Puglia e Sicilia sotto al 19%.

Le regioni più vecchie sono anche quelle con una maggior quota di anziani non au­tosufficienti (Liguria, Toscana, Friuli V. G., Piemonte): il loro numero passerà da 2,7 milioni del 2010 a 3,9 mi­lioni nel 2030, cioè il 6,3% della popolazione totale over 65.

Non autosufficienti per mille anziani

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La quota di anziani che continua a lavorare dopo i 65 anni è massima in Trentino Alto Adige (5,4%) e Valle d’Aosta (4,2%) mentre è estremamente ridotta nel sud, con Puglia Sicilia e Basilicata al di sotto del 2%.

Le pensioni costituiscono la fonte principale di reddito: la media degli assegni per­cepiti a livello nazionale è di poco meno di 750 €, le pensioni di vecchiaia arrivano a sfiorare i 1.000 € mentre gli altri tipi di pensione sono di importo minore.

Se si calcolano i valori medi delle pensioni a parità di potere di acquisto (sulla base degli indici di costo della vita misurati a livello regionale) la forbice, più elevata se si considerano i valori nominali, si restringe: sopra gli 830 € si collocano Piemonte. Liguria e Valle d’Aosta mentre chiudono la classifica nell’intorno dei 600 € Sicilia Calabria e Molise. In posizione intermedia si collocano Lazio (759 €), Puglia (708 €) e Toscana (706 €).

Importo medio mensile () della pensione a parità di potere d’acquisto PPP

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I dati sulla spesa delle famiglie di anziani appaiono superiori alle pensioni percepite: il totale della spesa è di quasi 1.450 € per un anziano solo di 65 anni e più, di oltre 2.200 € per un coppia senza figli con capofamiglia ultrasessantacinquenne.

È evidente che non bastano le pensioni percepite se non intervengono redditi da altra fonte o integrazioni dai figli: in alternativa chi può continua a svolgere qualche lavoro.

È comprensibile allora come più del 50% degli anziani tra 65 e 74 anni (e per le don­ne la condizione è ancora più critica) ed oltre il 60% di quelli di età superiore ai 75 anni dichiarino di incontrare difficoltà ad arrivare alla fine del mese: nell’attuale crisi economica queste difficoltà sono destinate a crescere.

La quota di anziani che dichiarano un buon stato di salute diminuisce sensibilmente con il passare degli anni: se è il 44% tra i maschi di età compresa tra 65 e 74, cala al 27% tra i maschi oltre 75 anni.

Per le donne la salute costituisce un problema ancora più rilevante: la quota di chi dichiara una buona condizione scende nelle stesse classi di età dal 34% al 18,6%.

La domanda dei servizi da erogare agli anziani nei prossimi anni in Italia crescerà sostanzialmente in virtù dei seguenti fattori:

• la crescita della popolazione ultra ultra sessantacinquenne ed in particolare della popolazione ul­tra settantacinquenne, fascia d’età in cui si manifesta una maggiore richiesta di assistenza full time legata al maggior grado di non autosufficienza;

• il progressivo mutamento strutturale delle famiglie e delle altre reti di supporto che ridurrà il contributo della rete informale e renderà sempre più difficile la cura e l’assistenza degli anziani a domicilio portando ad con un conseguente incremento delle richieste di strutture residenziali

In Italia le politiche dirette alla popolazione anziana, soprattutto verso quella non-autosufficiente, vedono l’intreccio pubblico e privato e l’azione congiunta di diversi attori: famiglia, stato, privato, e terzo settore.

La famiglia (e principalmente le donne della famiglia) è il più importante – se non l’unico funzionante – attore per lo svolgimento delle funzioni di cura e assistenza: a fronte della riduzione della spesa pubblica, ne risulta esaltato un loro sempre maggior ruolo come welfare alternativo e sostitutivo rispetto allo Stato nell’assistenza agli anziani e costituisce ancora la principale rete di sostegno in tanti campi della vita individuale.

Le politiche di intervento pubblico si articolano in:

• servizi residenziali (presidi sociosanitari e presidi socio-assistenziali),

• servizi semiresidenziali (centri diurni integrati, CDI),

• servizi Domiciliari (assistenza domiciliare sociale – SAD e assistenza domiciliare integrata – ADI),

• trasferimenti monetari, soprattutto indennità di accompagnamento e assegni di cura.

L’indennità di accompagnamento è il più generalizzato intervento a sostegno del­la disabilità: la sua erogazione risulta massima nelle regioni meridionali (anche se è l’Umbria a guidare la classifica): una compensazione in termini monetari a fronte di servizi che mancano soprattutto a sud, ma anche un’integrazione di reddito in pre­senza di un modesto livello delle pensioni.

Attraverso procedure di normalizzazione sui tre indicatori (ore ADI per mille abitan­ti, utenti per 1.000 abitanti strutture sanitarie territoriali, posti letto per 1.000 abitanti strutture ospedaliere) è stato calcolato un indice sintetico di servizi di assistenza for­male agli anziani.

Indice normalizzato assistenza formale agli anziani (Italia = 100)

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Gli anziani trovano un miglior servizio in Lombardia, Lazio ed Emilia Romagna se­guite solo a distanza dal Veneto mentre la Toscana è l’ultima delle regioni del centro­-nord seguita, a chiudere la classifica, dalle regioni meridionali.

Ovviamente come tutti gli indicatori di sintesi esprime esso solo una parte della realtà e come tale va preso.

Nel Rapporto sulla Non Autosufficienza del 2010 è stata realizzata un’analisi per clu­ster sui servizi offerti dalle regioni che include le diverse tipologie dell’assistenza of­ferta, cash o servizi.

tipologieassistenze

Toscana Lazio e Puglia rientrano nel modello4 a media intensità assistenziale con orientamento cash for care, nel quale la diffusione di ADI e SAD sono di poco infe­riori alla media nazionale, ma che può caratterizzarsi per un maggiore orientamento cash-for-care.

E’ recentissimamente uscito il Rapporto 2011 che in parte modifica la collocazione delle regioni nei diversi modelli: in questa stessa newsletter diamo conto del rapporto e delle novità intervenute.

Ufficio Comunicazione della Fondazione F.Turati