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I nuovi vecchi bisogni nella società squagliata

di Fondazione F.Turati Onlus | 12 maggio 2012

Società squagliata nel senso di destrutturata senza possibilità di rimedio, senza più forma e a sostanza degenerata, ma anche di squagliata nel senso che se la squaglia, come dicono i ragazzi.
di Fabrizio Binacchi

Viviamo o siamo vissuti? Rischiamo di essere troppo vissuti e di dover rispondere eccessivamente al bisogno di esposizione sociale. Dice così senza fronzoli andando al cuore del nostro problema di oggi il sempre brillante Franco Ferrarotti a Benfatto ottima rubrica mattutina di Rai Radio1 sul senso della vita. Ha ragione. A parte gli aborigeni dell’Australia e gli indios dell’Amazzonia –sarebbe sempre bello fare corsi di antropologia culturale- beh tutti noi occidentali siamo amministrati dalla nascita, già nella culla siamo un codice fiscale. Non possiamo più avventurarci nella vita senza una sovrastruttura formale che ci dà un sistema sociale che si chiama Stato. Ma questo Stato cosa fa poi per i suoi catalogati, per i suoi amministrati? Dipende dagli Stati ovviamente, da noi in Occidente, da noi In Europa, da noi in Italia sempre meno: il sistema sociale ci ha abituato a nuovi bisogni, tra essere e avere, e poi non ci mette più in condizione di essere quel che eravamo e di avere quel che avevamo. Ferrarotti ha usato una brillante immagine: questa società non ci fa più gustare l’avventura della vita perché c offre orizzonte a 3 mesi, a poche settimane, per la ormai condizione persistente e permanente della precarizzazione. Altroché società liquefatta o politica in liquefazione questa è davvero una società squagliata. Forse in tutti i due significati che dalle nostre parti possiamo individuare e assegnare a questo termine: società squagliata nel senso di destrutturata senza possibilità di rimedio, senza più forma e a sostanza degenerata, ma anche di squagliata nel senso che se la squaglia, come dicono i ragazzi, se n’è andata. Fino a 50 anni fa, quando eravamo meno catalogati e meno amministrati e quando la tensione all’esposizione sociale era sicuramente più ridotta e più circoscritta, a pochi individui di ristrette classi, beh questa società e i suoi cittadini fossero artigiani, contadini, piccoli professionisti sapevano affrontare anche la povertà e le indigenze, si facevano un esame di coscienza e ci si chiedeva chi siamo, cosa abbiamo fatto oggi, cosa possiamo fare domani e alla Manzoni ci si diceva ..”di poco essere contenti, il santo Vero mai non tradir né proferir mai verbo che plauda al vizio o che virtù derida”. Ora nella società squagliata, ma amministrante, non sappiamo più distinguere tra nuovi e vecchi bisogni reali. E bastano tre debiti per scatenare atti insensati come sequestrare persone o atti di autolesionismo fino ad arrivare al suicidio. Cosa dovevano fare le nostre nonne o bisnonne, così frequenti come immagine della campagna tra il Veneto, la Lombardia e la Toscana, che tiravano avanti con sette o dieci figli coltivando l’orto o allevando quattro galline le cui uova andavano a vendere al mercato? Non dicevano niente per loro fortuna perché il loro mercato era sotto controllo, non c’erano derivati e speculazione. Noi invece siamo nell’era della finanza più pensata che gestita e quindi esposti non solo alla depressione economica ma anche a quella psichica. Ugualmente pericolosa e fonte di guai. Ha ragione Ferrarotti: ritorniamo all’esame di coscienza non solo religioso ovviamente ma anche sociale. Alla sera chiediamoci: a che cosa è servita questa giornata? Non sarà un atto multimediale o una connessione facebookiana come va di moda adesso ma sicuramente ci farà sentire un po’ più connessi con noi stessi. Che è quello che ci manca di più oggi.

Ufficio Comunicazione della Fondazione F.Turati