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Nuovi modelli di residenzialità

di Fondazione F.Turati Onlus | 18 settembre 2014

I risultati della ricerca Abitare Leggero. L’esperienza realizzata in Lombardia. La crescita esponenziale della popolazione anziana obbliga a nuove politiche di sostegno.

La ricerca Abitare Leggero, promossa dalla Fondazione CARIPLO, ha approfondito la questione del l’abitare in età matura: grandi cambiamenti ne verranno nelle realtà urbane, di fronte alle esigenze crescenti da soddisfare, dalla mobilità per avvicinamento a figli e nipoti, al ridimensionamento strutturale, al riadattamento funzionale degli ambienti, alla condivisione di spazi e servizi, alla possibilità di rendere liquida una parte del bene immobile.

Si è alla ricerca, anche per motivi di si sostenibilità economica e finanziaria del welfare di strumenti e pratiche innovative che consentano di prolungare il più possibile la condizione di autonomia funzionale e abitativa.

Queste soluzioni tuttavia devono cessare di essere esperienze pilota per diventare pratiche di sistema che si autosostengano e si diffondano, così che l’invecchiamento possa diventare un motore dell’innovazione urbana.

La ricerca Abitare Leggero che ha analizzato i nuovi modelli dell’abitare e della residenzialità sociale intermedia, a organizzazione leggera e non istituzionale, è stato realizzato dalla fondazione Housing sociale e dalla Cooperativa La Meridiana di Monza coinvolgendo gli enti gestori di 52 strutture residenziali per anziani che hanno costituito la rete nella quale sono state progettate e implementate le diverse fasi della ricerca.

Il rapporto nella sua prima parte affronta il tema della domanda, con particolare riferimento all’identificazione di varie tipologie di utenza (anziani) ed alla sua quantificazione . Applicando i dati delle rilevazioni ISTAT alla popolazione lombarda prevista al 2021, è stata stimata in circa 500.000 unità il numero di ultra65enni con limitazioni nelle funzioni principali (vita quotidiana, comunicazione, movimento).

Comprendendo invece anche le limitazioni delle cosiddette IADL (Instrumental Activities of Daily Living), che determinano problemi precoci nell’interazione fra la vita in vecchiaia e l’abitare in senso più ampio, la domanda crescerebbe fino a comprendere almeno 700.000 ultra70enni cui si aggiungerebbero quelli con parziale o totale dipendenza nelle limitazioni più sostanziali nella gestione quotidiana delle proprie necessità di base (Basic Activities of Daily Living, BADL) che necessità di servizi a maggiore complessità sanitaria e assistenziale.

Se si prende a riferimento il concetto di fragilità, cui dà particolare rilievo la letteratura più recente, è possibile ipotizzare che nel 2021 ci saranno in Lombardia circa 325.000 anziani fragili e circa 1.100.000 pre-fragili, destinati a crescere nei successivi trent’anni rispettivamente a 470.000 e a 1,6 milioni

Sono numeri imponenti che costringono a riflettere sulle politiche relative all’invecchiamento, sinora fondate su un’offerta di cura centrata sul sistema ospedaliero e sulla diffusione di servizi specialistici, con una logica settoriale e sostitutiva, piuttosto che globale e sussidiaria,

Si interviene cioè sulle situazioni più complesse quando l’autonomia nelle funzioni di base è stata in gran parte persa, mentre le fasi precedenti sono affidate alla buona volontà e capacità delle famiglie.

Una analisi che in gran parte conferma i risultati della ricerca della Fondazione Turati “Tra paure e speranze” sulla condizione degli anziani in Toscana, Lazio e Puglia

Nella seconda parte il rapporto analizza gli interventi proposti in letteratura e nelle realtà avanzate più avanzate a livello internazionale per anticipare le risposte ai bisogni e alle necessità degli anziani e non limitarsi a intervenire nelle situazioni più compromesse e che richiedono un maggior carico assistenziale.

In molti paesi europei ci si è orientati verso un approccio nuovo fondato sulla cultura dell’arco di vita, con un sostanziale cambio di paradigma; migliorare l’habitat prima che progettare servizi, ad esempio adeguando gli alloggi e i supporti socio-sanitari alla persona nella sua abitazione, invece di costringerla a migrazioni forzate attraverso strutture progettate per livelli di crescente intensità assistenziale.

Questo approccio presuppone di intervenire sui fattori di rischio, prima che sulle sole situazioni di disabilità conclamata, così consentendo un utilizzo più razionale delle risorse.

La gran parte del patrimonio abitativo italiano non è adatta alle esigenze delle persone – di qualsiasi età – con limitazioni funzionali. Anche le abitazioni di più recente generazione raramente dispongono di soluzioni progettuali che tengano conto dell’invecchiamento delle persone e hanno spesso lo svantaggio di essere spesso realizzate in ambienti periferici e poveri di servizi e socialità.

Oltre all’adattamento delle abitazioni vengono prospettate, sulla base dell’analisi di esperienze straniere ed italiane, nuove forme di residenzialità sociale spesso rappresentate da strutture di dimensioni contenute, ad alta caratterizzazione domestica, organizzazione leggera ed elevata attenzione alla qualità relazionale del rapporto di cura: apprezzate dalle famiglie e dagli utenti ma anche dagli enti gestori e dalle istituzioni in quanto meno costosi e più facili da gestire ad esempio delle RSA:

Possono essere individuate due macro-tipologie

  • Il primo raggruppamento comprende le soluzioni o strutture per la vita indipendente che includono abitazioni protette, appartamenti in condivisione, co-housing, case albergo: si tratta di normali abitazioni dotate di adeguati accorgimenti architettonici e arricchite con servizi di portineria sociale o di coordinamento locale e altri interventi di ridotta intensità, anche solo a richiesta (governo della casa, spesa, trasporti, socializzazione, bagno assistito). Le persone possono condividere spazi e servizi comuni, come la cucina e la lavanderia, ma sono autonome nella gestione delle proprie esigenze quotidiane. Nelle applicazioni italiane e in sono utilizzate prevalentemente da anziani con fragilità sociali o difficoltà abitative specifiche
  • Il secondo raggruppamento comprende le strutture o i servizi di vita assistita che includono comunità alloggio, residenze sociali, spesso organizzate in forma comunitaria, ma l’unità di accoglienza può ancora essere un vero e proprio appartamento oppure una camera, più spesso singola, ampia e con bagno. I servizi accessori sono rivolti specificamente a sostenere riduzioni delle autonomie più consistenti e l’assistenza – svolta da operatori professionali – è normalmente estesa alle 24 ore.

Tuttavia le differenze tendono a sfumare ed infatti sono numerosi i progetti che aggregano normali abitazioni con unità più specifiche per la vita indipendente o per la vita assistita.

La linea di separazione più valorizzata, resta invece quella fra servizi a forte impronta istituzionale – grandi dimensioni, standardizzazione dei processi di cura, maggiore intensità sanitaria – e i servizi di comunità: piccoli, diffusi, adattabili e personalizzabili.

Il progetto ha analizzato anche il tema delicato e complesso della smobilizzazione delle abitazioni di proprietà attraverso la definizione di una struttura a supporto della vendita della nuda proprietà: le proposte risultano al momento abbastanza vaghe.

Ufficio Comunicazione della Fondazione F.Turati