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Puntare sui “valori”, ecco la ricetta per salvare la sanità

Una riflessione del Prof. Vincenzo Saraceni, segretario nazionale dell’Associazione Medici Cattolici Italiani e Presidente del Comitato scientifico della Fondazione Turati, sul volume “Alle origini della sanità pubblica”. Solo i valori delle culture cattolica e socialista possono evitare il ridimensionamento del Welfare State e sviluppare l’aspetto preventivo e comunitario dell’intervento sanitario.

di Prof. Vincenzo Saraceni | 17 Gennaio 2019

Il volume  “Alle origini della sanità pubblica. I riformisti e la medicina sociale” a cura di G.L. Corradi con introduzione di Zeffiro Ciuffoletti,  che inaugura la collana della Piccola Biblioteca del Riformismo socialista, dietro la quale si cela il lodevole sforzo della Fondazione Turati, si sostanzia in una sorta di antologia di scritti risalenti alla fine del XIX° secolo ed all’inizio del XX° secolo ed appare tanto meritevole sotto il profilo storico e sociale quanto utile sotto l’aspetto politico.

In riferimento alla prima prospettazione occorre rilevare come la pubblicazione antologica ben rappresenti il dispiegarsi dei processi socio-economici che hanno condotto le società capitalistiche ad industrializzazione crescente, sia pure lentamente e con qualche improvviso ripensamento, ad assumere ed assecondare le principali rivendicazioni del movimento politico e sindacale dei lavoratori.

In particolare, risulta evidente come in comunità politiche complesse, quali quelle in via di formazione nell’Occidente europeo e nordamericano, il gradualismo migliorista rappresenti l’unica strategia politica vincente in relazione alla circostanza che le rivendicazioni operaie trovavano una sponda di interesse e financo di sostegno – ancorché originato da ambigue motivazioni di convenienza circa la salvaguardia complessiva degli assetti sociali – presso gli ambienti capitalistici e liberal conservatori.

Si rammenta in proposito il fenomeno del kulturkampf , concretizzatosi nella Germania imperiale sotto la sapiente regia di Otto Eduard Leopold von Bismarck, ovvero, nell’Italia postunitaria, pur se governata dalla monarchia sabauda ma in grado di esprimere avanzate politiche di apertura nelle gestioni ministeriali di un Giolitti o di uno Zanardelli.

Da quanto sopra e leggendo gli interessanti scritti inseriti nella pubblicazione si evince la sussistenza di un ruolo centrale ed anche strategico della socialdemocrazia nella salvaguardia delle istituzioni democratiche, non più intese come sovrastrutture borghesi funzionali al mantenimento dell’oppressione capitalista, ma percepite quale fonte di garanzia per la tutela delle conquiste dei lavoratori, concezione, quest’ultima da considerare come il risultato più significativo raggiunto dalla corrente riformista del movimento socialista.

Si segnala, altresì, che la indubbia, maggiore fatica incontrata, in Italia, dalle lotte dei lavoratori e delle lavoratrici per ottenere il raggiungimento degli obiettivi di miglioramento esistenziale, economico e sociale, derivi soprattutto da due principali fattori.

Da una parte si registra la permanente debolezza della corrente riformista all’interno del partito socialista, debolezza che si tradusse nella sostanziale marginalità del riformismo entro il movimento socialista con spinte sempre più radicali ed intolleranti, implicanti lo sbocco verso il massimalismo rivoluzionario da parte dei militanti, inebriati dai successi conseguiti dai rivoluzionari bolscevichi nella Russia post-zarista e dimentichi del trattamento riservato da questi ultimi tanto ai menscevichi quanto ai socialisti rivoluzionari.

Tutto ciò si traduceva nel nefasto isolamento subito dalla corrente riformista nel traballante quadro politico dell’Italia liberale con la conseguenza dell’avvento della dittatura fascista nel cui ambito si registravano oggettivi ritardi nella realizzazione degli obiettivi perseguiti.

L’altro elemento, collegato con il primo, è costituito dal difetto di alleanze del partito socialista in direzione di altre forze – liberali giolittiani e popolari – di differenti ideologie ma pur interessate ad una politica di sviluppo progressivo della società italiana in direzione dell’affrancamento delle classi più emarginate.

Soprattutto con i popolari, affermatisi al pari dei socialisti quale movimento politico di massa, si sarebbe potuta individuare una strategia politica improntata al miglioramento concreto delle condizioni di vita dei lavoratori, finalità di pari interesse del movimento politico dei cattolici. Tant’è che, per ciò che concerne la medicina sociale fatta oggetto delle seguenti riflessioni e base di un confronto suscitato dalla pubblicazione in esame, si dovrà attendere la restaurazione della democrazia politica in Italia, affermatasi soprattutto  tramite l’alleanza stabilitasi, nel corso della Resistenza, tra forze marxiste, forze cattoliche e forze moderate liberali, per vedere inserito nella Costituzione repubblicana, all’articolo 32, un vero e proprio diritto alla salute a vantaggio del cittadino beneficio del tutto ignorato nel previgente Statuto albertino.

Purtroppo, il prevalere delle suggestioni rivoluzionarie e delle utopiche teorizzazioni radicali tratte dai principi del marxismo-leninismo ha impedito l’avvento, nel paese, di un percorso più celere e dirompente teso all’affermazione dei diritti civili e, tra questi, alla rapida valorizzazione della medicina sociale.

Certo, le potenzialità di programmi, proposte ed idee, offerte dai circoli riformisti al partito socialista all’inizio del secolo scorso sono state molteplici, considerate, anche al di là della consistenza numerica dei consensi raccolti in seno al partito.

Nel lavoro antologico di cui si discute spicca, tra le altre, la figura suggestiva di Anna Kuliscioff, donna straordinaria che dette impulso, attraverso l’azione politica da lei condotta nonostante i tempi difficili per le donne che non godevano dei diritti politici, alla realizzazione di concreti miglioramenti come quello da perseguire nei settori del lavoro minorile e femminile, attraverso l’emanazione di una legislazione avanzata e moderna disciplinante i due settori sensibili.

Dai pezzi inseriti nella pubblicazione esaminata si deduce come la battaglia dei ceti popolari, sostenuta dal partito socialista, pur avendo conseguito risultati apprezzabili, sia stata comunque contraddistinta dalla difficoltà di realizzare una rete capillare di sicurezza sociale e di assistenza sanitaria paragonabile ai livelli stabiliti nell’Europa nord-occidentale e ciò proprio in relazione alla scarsissima sensibilità verso una prospettiva di coalizione con altre forze popolari costantemente manifestata dalla linea maggioritaria del partito socialista sino al crollo del regime fascista.

Eppure nel campo medico le concezioni assunte dai riformisti nell’individuare i contenuti della medicina sociale – ove si consideri che per il socialista Gaetano Pieraccini essa si traduce in “un felice connubio della igiene e della clinica” in forza della quale i sanitari “sono allontanati dai singoli e costruiti come altrettanti benefattori della collettività umana” – sono affini alla concezione cattolica ove rilevante è l’applicazione nel campo sanitario dei principi di solidarietà e di condivisione.

Credo, dunque, che da un più intenso e concreto confronto sui sistemi valoriali assunti dalla cultura socialista e da quella cattolica nel settore sanitario possano, da un lato, essere sventate tutte le suggestioni ultraconservatrici miranti ad un ridimensionamento del Welfare State e, dall’altro lato, assicurato un ulteriore sviluppo, nell’applicazione dei principi e dei criteri assunti dalla medicina sociale ai fini di una valorizzazione dell’aspetto preventivo e comunitario dell’intervento sanitario.

Prof. Vincenzo Saraceni

Segretario Nazionale Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI)